mercoledì 12 aprile 2017

La Contessa Bathory - Illustri Vampiri


Il mio bis bis bis trisavolo Falen III di Transilvania, vissuto nel sedicesimo secolo, conobbe personalmente la famigerata Contessa Bathory, una delle vampire più crudeli e note della storia, e rimase per molto tempo insieme lei nella torre dove fu rinchiusa dopo le sue terribili gesta.
Falen scrisse nelle sue memorie che la Contessa era una donna dal carattere piuttosto instabile. Un momento era felice e canticchiava motivetti allegri, un momento dopo ringhiava e sbuffava come un animale inferocito. 
Lui se ne stava ben nascosto dietro una trave del soffitto della cella, perché aveva paura che lei potesse mangiarselo in uno dei suoi momenti d’ira, o peggio spiaccicarlo sul muro.
La contessa fin da piccola aveva manifestato segni di questo suo umore squilibrato. Spesso andava a trovare un suo cugino in Transilvania, e si divertiva a osservarlo mentre infliggeva terribili torture ai suoi servi, come legarli al letto come salami e far loro il solletico fino alle lacrime o ripetere nelle loro orecchie all’infinito la parola “ssserpentesssibilante”. 
Alla tenera età di 15 anni la contessa sposò il crudele Ferenc Nadasdy e andò a vivere con lui nel suo castello di Sarvar. 
La vita matrimoniale l’annoiava terribilmente e il suo unico passatempo era torturare i poveri animaletti che riusciva a catturare nei boschi: rane, topi e lucertole.
Il marito la lasciava da sola sempre più spesso per andare in battaglia a combattere i turchi e lei, per ammazzare il tempo, iniziò a frequentare sua zia, la contessa Karla, presso la quale conobbe la strega Dorothea e il suo servo Thorko.
Tra una partita a carte e una sessione di uncinetto, i tre insegnarono a Elisabeth le arti della magia e molte nuove crudeltà che lei ancora non conosceva. Ad esempio, quando una serva tentava di fuggire, la faceva riacchiappare e poi la chiudeva in una gabbia costringendola a fare il verso della gallina per intere settimane.
Un giorno, la giovane serva di Elisabeth, mentre aiutava la sua padrona a vestirsi, iniziò a perdere sangue dal naso e una goccia di quel sangue cadde proprio sulla mano della Contessa, la quale, infuriata, mandò subito a chiamare la strega Dorothea per farsi suggerire una tortura da infliggere alla ragazza.
Volle il caso che guardandosi distrattamente la mano nell’attesa, la Contessa ebbe come l’impressione che la sua pelle, nel punto in cui era colata la goccia di sangue, fosse ringiovanita. Le sembrò improvvisamente più morbida e vellutata.
Chiese conferma alle serve, alla strega e alla zia. 
- Guardate bene la mia mano – disse, - non vi pare più giovane e bella dell’altra?
Tutti gli interpellati, temendo moltissimo le ire della Contessa e non avendo alcuna intenzione di contraddirla, le diedero ragione.
- È vero! Sembra la mano di una infante!
- Un miracolo! Morbida e vellutata!
- Meglio di un unguento magico!
La Contessa soddisfatta si convinse quindi che il sangue delle fanciulle fosse un ottimo balsamo ringiovanente e iniziò a prelevarlo sempre più spesso per farsi il bagno. 
Certo i bagni di sangue non erano proprio un bello spettacolo, ma lei sembrava non curarsene affatto. Dopo essersi asciugata per bene controllava la sua pelle e si convinceva fosse decisamente più giovane.
Poiché le fanciulle non le bastavano mai, istituì una finta scuola per l’educazione alle buone maniere al solo fine di procurarsene sempre di nuove a cui spillare il sangue.
Al mattino le radunava in una stanza del castello, dava loro alcune informazioni generiche su quello che le passava per la mente e poi ne sceglieva un paio dicendo loro che erano pronte per passare alla classe superiore.
Invece le spremeva come limoni. Alla fine, dopo innumerevoli denunce di sparizioni di fanciulle, venne inevitabilmente scoperta e rinchiusa nella torre del suo castello senza poter più uscire.

Scopri tutti gli altri vampiri illustri su:

di Matteo Bertone
Nero Press Edizioni
2015
euro 10.50

domenica 29 gennaio 2017

Nove strati di buio: la letteratura di genere e l'indagine dell'orrore quotidiano

Presentazione di Nove strati di buio con Olivia Balzar e Laura Sestri
Fa sempre piacere presentare libri che, al di là del contenuto, dimostrano come l'impegno editoriale di chi ci lavora dietro sia un elemento fondamentale e determinante. Si tende a pensare che un libro rappresenti unicamente lo sforzo di un autore, e nei casi in cui l'autore fa tutto da sé e si autopubblica, la percezione di molti è che sia ancora più bravo.
Non è così.
Lo dimostra questa antologia, Nove strati di buio, pubblicata dai tipi di Echos edizioni, una piccola realtà editoriale del torinese, e curata dalla bravissima Laura Sestri che ne ha scritto anche la prefazione.

Copertina di Nove strati di buio
L'antologia raccoglie nove racconti che ruotano intorno al tema della morte, al rapporto dell'uomo con la morte. Ogni storia squarcia lo strato di buio che ci separa da essa. L'idea della morte è racchiusa in ognuno di noi e dobbiamo conviverci, accettarla, siamo chiamati a preservare l'equilibrio fra la nostra natura mortale e il nostro istinto alla vita. Ma cosa succede quando l'equilibrio si spezza? Quando l'idea della morte diventa ossessiva? Quando non si distingue più l'idea della morte dalla morte stessa?
I racconti di questa antologia indagano proprio questo aspetto, partendo da una dimensione quotidiana e trascinandoci nella follia, nella deviazione, nell'orrore.

Dialogando con una delle autrici, Olivia Balzar e con la curatrice dell'antologia, Laura Sestri, ho posto loro questa domanda: qual è oggi il senso della letteratura horror? Un genere che non ha mai smesso di esistere ma che è profondamente mutato nel tempo, dalle suggestioni gotiche di Poe, alle incursioni allucinatorie e immaginifiche di Lovecraft, fino agli incubi e alle ossessioni di King. Eppure sembra un genere che al di là dei nomi più eclatanti continui a rimanere relegato a una cerchia di appassionati. Come mai? La risposta ha a che fare solo con il nostro naturale istinto a evitare ciò che ci spaventa, oppure c'è qualcos'altro? Se fosse così, perché Stephen King avrebbe tanto successo anche fra i lettori non particolarmente appassionati al genere?

Mi sono posto anch'io questa domanda. Credo che ogni scrittore di genere dovrebbe porsela, a un certo punto del suo percorso, per capire se l'idea di restare in quella nicchia gli sia sufficiente o se invece non valga la pena di spingersi otre, per trovare nuovi lettori e nuove soluzioni.
Credo che la letteratura di genere, oggi, in un mondo dove l'orrore è la quotidianità, abbia senso solo se riesce a scavare in profondità fino a trovare le ragioni di quell'orrore. La letteratura, in generale, racconta storie che ci aiutano a cogliere un senso più profondo dell'esistenza, storie che sotto la superficie mostrano qualcosa, parlano allo strato più intimo della nostra coscienza, ci fanno aprire gli occhi o creano connessioni di cui non eravamo lucidamente consapevoli. Almeno questo è ciò che i buoni libri dovrebbero fare.

Per la letteratura di genere il discorso non cambia. L'orrore ci viene proposto quotidianamente dai telegiornali, da internet, dai social media. Tralasciando per un momento gli orrori di più ampia portata, le guerre o il terrorismo, e concentrandoci su una dimensione di normalità quotidiana, siamo avvezzi a sentire notizie che ci fanno accapponare la pelle, cadaveri ritrovati nello scantinato del vicino di casa, madri che improvvisamente uccidono i figli in modo brutale, adolescenti che massacrano i genitori. Cambiano le storie, ma non cambia il modo in cui ci vengono raccontate. I vicini sono sempre "rispettabili e riservati", le madri "educate e amorevoli", i ragazzi "insospettabili". Quello che la letteratura horror può fare, oggi, è raccontare queste storie da un altro punto di vista, senza retorica, senza soffermarsi sui mostri, ma indagando la genesi di quei mostri. Ecco che allora le storie che intrattengono, che provocano emozioni, allo stesso tempo raccontano qualcosa di più. Svelano i percorsi di quel lato oscuro, di quel seme che forse è dentro ognuno di noi, e che a un certo punto, a causa delle circostanze, può germogliare e trasformarsi in una pianta che ci avvelena dall'interno.

Questo è quello che fanno le storie contenute in questo volume, intrattengono e allo stesso tempo aprono spiragli su una visione della morte indagata da prospettive diverse. Queste storie non ricercano il terrore fine a se stesso, ma ne analizzano le cause attraverso la narrazione. Forse questa è proprio la strada giusta per arrivare a tutti.

Con Olivia Balzar e Laura Sestri



domenica 14 agosto 2016

La vita felice di Elena Varvello


Ho scelto questo romanzo un po’ per caso. Non sapevo chi fosse Elena Varvello né che insegnasse scrittura creativa alla scuola Holden di Torino. Non sapevo avesse già scritto un romanzo e una raccolta di racconti. Mi sono lasciato conquistare – come spesso avviene – dalla copertina, dalle poche enigmatiche righe di sinossi, da qualche rimando a Carver trovato in rete a proposito del romanzo. Forse dal contrasto fra il titolo “La vita felice” e l’immagine così oscura, misteriosa e quasi horror della cover.

Ebbene, mai scelta fu più felice. Ho scoperto un’autrice eccezionale, per stile narrativo, architettura della trama e profondità della storia e dei personaggi. Il racconto cattura fin dalle prime pagine, anche perché fin dall’inizio viene svelato il crimine, seppur velato di mistero e dai contorni poco nitidi, di cui si macchia il padre del protagonista, il sedicenne Elia.

L’uomo, che si comporta in modo strano, ossessivo e scostante da quando è stato licenziato a causa della crisi economica, rapisce una ragazzina facendola salire sul suo furgone e portandola con sé nel fitto del bosco. Non si sa cosa le farà o cosa le succederà, perché la storia del rapimento si svela poco per volta, distillata fra i capitoli che raccontano la vita di quella famiglia, tra crepe del passato che sembrano dilatarsi lentamente fino a inghiottire l’adolescenza di Elia per farlo precipitare in una sola notte nel mondo freddo e terribile degli adulti.

Elia ha sedici anni ed è un ragazzo solitario. Suo padre è stato licenziato e ha cominciato a comportarsi in modo strano, sparendo per ore a bordo di un furgone, chiudendosi in garage, scrivendo lettere che denunciano un complotto di cui si sente vittima. Elia prova a decifrare ciò che accade, mentre sua madre sembra non voler vedere. Fino alla notte d'agosto dopo la quale nulla sarà piu come prima: la piccola comunità di Ponte - già segnata dall'omicidio insoluto di un bambino - si sveglia sconvolta per il rapimento di una ragazza, salita la sera precedente su un furgone e poi svanita in mezzo ai boschi. 

Ci sono effettivamente echi carveriani nella forma essenziale, che restituisce per sottrazione immagini famigliari minime e dense di significati o descrizioni dei fatti istantanee e vivide, una forma del tutto priva di quel flusso ricco e ridondante tipico dei thriller tradizionali. Infatti La vita felice non è un thriller, è forse un noir, che ricorda per certi aspetti La settimana bianca di Carrère o Io non ho paura di Ammaniti, un noir in cui i figli sono soltanto gli spettatori inermi e innocenti delle colpe dei padri, delle quali, tuttavia, subiscono le conseguenze.

Punto di forza assoluto è per me la struttura della trama, che si alterna abilmente - senza mai apparire troppo costruita - fra le rivelazioni della notte del rapimento, la vita del protagonista adolescente e le ombre del passato che emergono dai boschi. Un meccanismo perfetto che conduce il lettore attraverso una discesa angosciante nella mente dei personaggi per poter comprendere le ragioni del male svelato fin dal principio.

Invece dell'ennesimo thriller svedese o americano, leggetevi La vita felice: vi catturerà.


lunedì 16 maggio 2016

Purity di Franzen: la purezza della forma


La premessa è la solita (chi mi segue lo sa): non sono un critico letterario, perciò non parlo di libri che non mi sono piaciuti, semplicemente li ignoro. Se scrivo un pezzo - investendo in questa attività quel misero tempo a disposizione che mi resta - lo faccio per un libro che mi ha colpito, che mi ha lasciato un segno. E Purity, in qualche modo, lo ha fatto.

Partiamo da considerazioni oggettive.
La prima è che abbiamo tra le mani un romanzo impegnativo, non solo per le sue oltre seicento pagine, ma soprattutto per la struttura narrativa, l'intreccio e la profondità dei personaggi, dei quali Franzen indaga ossessivamente tutta la storia a ritroso, giustificandone così in modo scientifico ogni risvolto psicologico e ogni azione.
La seconda considerazione oggettiva è che Purity è un romanzo magistralmente scritto e orchestrato, un prodotto letterario che appaga i sensi di chiunque abbia a cuore la scrittura al di là del coinvolgimento emotivo provocato dalla storia.
Su di me Purity ha esercitato una specie di attrazione morbosa, un desiderio sessuale per il piacere puro e semplice della lettura, una curiosità compulsiva per la cifra stilistica di Franzen.
Perché Purity, più che un romanzo, è un manuale di scrittura, il prodotto perfetto dell'allievo più secchione di un corso di scrittura creativa.

Non voglio soffermarmi sulla trama o sui temi del romanzo. La critica alla società americana, a internet e i social media, la deriva del giornalismo e l'ossessione di Franzen per l'indagine meticolosa delle relazioni umane. Il libro indaga la purezza e il tradimento della purezza attraverso le vite dei personaggi, in particolare la protagonista Pip (Purity), ventitreenne in condizioni economiche precarie che vive in una sorta di comune e ha un rapporto morboso con la madre, hippy ipocondriaca che non vuole rivelarle chi sia il suo vero padre. E Andreas Wolf, una sorta di Assange che vive in clandestinità e rivela misfatti e segreti dei Governi e dei potenti del mondo. Man mano la trama svela i legami fra i vari personaggi, nell'architettura iper costruita e spesso artificiosa della storia. Se da un lato la lettura di Purity è stata un'esperienza euforizzante, dall'altro mi ha lasciato freddo e distaccato. Mi ha tenuto incollato alle pagine senza coinvolgermi, non mi ha lasciato niente di buono, non ha provocato in me alcun tipo di emozione, al di là della forma e della percezione della sua purezza.

Di certo Purity non è una lettura da affrontare con la mente bollita di ritorno dall'ufficio sul treno delle 19, ma tutto sommato è un romanzo che mi sento di consigliare a tutti coloro che hanno a che fare con la scrittura, ai lettori forti (molto forti) e naturalmente a chi ama Franzen.


giovedì 21 aprile 2016

L'ultimo giro della lavatrice (una storia vera)


Mia moglie me lo ha comunicato con un messaggino: la lavatrice è morta. Poi dicono che le donne sono sensibili. Io non ci potevo credere, guardavo il telefono e scuotevo la testa. Dieci anni di ricordi mi sono passati davanti agli occhi mentre leggevo e rileggevo quel laconico messaggio. 
 Ne avevamo passate tante, insieme io e lei, quando eravamo soli. Nell’altro appartamento, prima che arrivasse mia moglie, abbiamo condiviso sette anni di panni sporchi. Io la caricavo fino al limite dell’esplosione, ma la facevo stancare poco. Usavo il programma 8, quello veloce, per non farla affaticare. In poco più di un’ora lei mi restituiva i panni puliti. Magari non erano morbidi e profumati come negli spot televisivi, ma lei faceva del suo meglio e io lo apprezzavo. Quanti acchiappacolore le ho fatto mangiare! Li amava così tanto che non avrebbe mai smesso. 
 Insomma, con lavatrice era un idillio. 
 Poi però è arrivata lei, mia moglie, e ne ha preso pieno possesso. Basta programmi veloci, lei usa solo quelli da più di 15 ore.  Basta acchiappacolore, lei divide la biancheria.  Basta giri bassi, lei imposta la manopola a 800.000.000 giri, sconquassandola a ogni lavaggio.  Per non parlare delle temperature, più che alte, vulcaniche. 
 Insomma, la lavatrice dopo un anno di quella vita non ce la faceva più, e ha iniziato persino a mandare dei segnali. Finito il suo giro, si metteva a lampeggiare in modo incontrollato, accendeva e spegneva tutte le sue lucine in contemporanea, un grido straziante e muto che significava soltanto: “basta, pietà”. 
 E alla fine non ha più retto. Io sono corso a casa e l’ho vista così, immobile, silenziosa. Spenta. Premevo disperatamente il bottone di accensione, ma niente. Nessuna reazione. Ho guardato mia moglie e ho scosso la testa, non avevo nemmeno la forza di dirle “è stata colpa tua”. 
 Poi, all’improvviso, mentre mi appoggiavo a lei con una mano, lavatrice ha fatto come un piccolo fremito. “Sarà stata la mia immaginazione” ho pensato. E invece, qualche istante dopo, un altro fremito, una piccola scossa, poi una scossa più vigorosa. Le luci si sono riaccese, tutte insieme, e lavatrice si è messa a girare, gioiosa e vibrante, con quel tipico suono che sembra un po’ quello di un didgeridoo australiano! 
 “È viva!” ho gridato saltellando come un matto per tutto il corridoio. "È viva! Evviva!" gridavo a saltavo. Mia moglie però non ha condiviso con me la gioia, lei sperava di poter cambiare la vecchia lavatrice con una più moderna a carica frontale.

sabato 2 aprile 2016

Anatomia di un romanzo: come nasce e cosa c'è dietro


Taccuini

Cosa si nasconde dietro a un romanzo finito e pubblicato?
Spesso, molto più di ciò che si pensi.

Intanto un lavoro di studio e ricerca sulle fonti, poi una serie infinita di appunti, scalette, schede dei personaggi, mappe cronologiche e quant'altro, a seconda del genere, del metodo di scrittura dell'autore e delle caratteristiche della storia.

Infine il lavoro di stesura, che spesso viene ripetuta molte volte (il mio ultimo romanzo, ad esempio, ha richiesto tre stesure). Se poi il libro viene accettato da un editore (serio), deve passare attraverso il lavoro di editing, che è fondamentale per trasformarlo in un prodotto editoriale leggibile, sensato e coerente.

Fonti per il mio ultimo romanzo
Sembrano concetti scontati per chi scrive, ma non lo sono affatto per la maggior parte dei lettori, che siano forti oppure occasionali.

Linea cronologica
Ho deciso quindi di aprire i cassetti per mostrare i miei taccuini, alcune pagine di appunti e alcune fonti che costituiscono lo scheletro dal quale si è sviluppata la storia del mio ultimo romanzo.

Mappa del territorio
In attesa di ricevere risposte editoriali, ho pensato di rendere pubblico il lavoro che c'è stato dietro il libro, a prescindere dal suo destino futuro!

Mappe e ritagli di ispirazione per i personaggi
Oltre alla documentazione e agli innumerevoli appunti, ho tratto ispirazione anche da ritagli di giornale e immagini trovate in rete: l'ispirazione può arrivare dappertutto!

Ispirazione per personaggi
Buona lettura e buona scrittura!

mercoledì 30 marzo 2016

Resurrezione di un blog



A volte i blog risorgono.
In 6 anni di vita - tra alti e bassi - questo blog si è spento 2 volte e ha cambiato 3 nomi:
  1. the80svampire.blogspot.com (praticamente impossibile da ricordare)
  2. morsidilibri.blogspot.com (dedicato quasi esclusivamente a recensioni di libri)
  3. matteobertone.blogspot.com (ed eccoci tornati a bomba)

Nel frattempo ne erano sorti altri due, uno dedicato ai miei amati IllustriVampiri (poi diventati un libro) e un altro che raccoglieva i miei disegni caniniematite.blogspot.com (attualmente defunto).
Ora, perché chiudere un blog?
Partiamo dalla mia giornata tipo:

Ore 6:00 sveglia
Ore 7:00 treno
Ore 8:15 - 18:30 ufficio
Ore 19:15 treno
Ore 23:00 - 6:00 sonno

Questo significa che ho circa 2 ore per leggere (sul treno) e circa 90 minuti - escludendo il tempo per la cena - per scrivere, dopo cena. O per disegnare. Attività che però spesso soccombono alla stanchezza.

Perciò il punto era: dove trovo tempo per scrivere e disegnare?
E per promuovere i miei libri sui social, fare attività fisica, andare al cinema, tenere un blog, andare a mangiare sushi, mantenere un minimo di rapporti interpersonali, riordinare casa e fare la spesa?

Ma naturalmente nei weekend!
Peccato però che i weekend siano notoriamente rapidi quanto un treno in transito al binario 2. Perciò bisogna sempre rinunciare a qualcosa.
Il blog è stata la prima vittima sacrificale. Volevo concentrarmi sulla scrittura e sulla creazione di storie illustrate per bambini e avevo bisogno di ottimizzare i tempi. Il secondo passo è stato ridurre drasticamente il tempo sprecato sui social. Il terzo incrementare la lettura di libri.

Ora però ho deciso di riaprire questa finestra, per poter parlare dei libri che leggo e per raccontare di più su ciò che scrivo. Retroscena, suggerimenti e percorsi.
Insomma, vi svelerò tutto, o quasi.
Anche perché adesso, questo blog si chiama esattamente come me.